venerdì 1 luglio 2011

I Tre moschettieri: uno sguardo nel mercato del rating

The investitor right to know”: è questo il principio che ha ispirato la nascita delle moderne agenzie di rating. Henry Varnum Poor, John Moody e John Knowles Fitch, sono stati i primi, seppur in epoche differenti, a condividere un pensiero comune: “il diritto dell’investitore di conoscere”. Grazie a questo pensiero, infatti, sono nate le omonime agenzie, che coprono attualmente la quasi totalità del mercato mondiale del rating.

Queste agenzie nel corso degli anni sono diventate sempre più importanti, specializzandosi con metodi sempre più oggettivi per le loro valutazioni, basate sia su elementi quantitativi, ovvero i numeri di bilancio, sia su elementi qualitativi, come le previsioni sull’andamento futuro dell’azienda.
Sicuramente avrete sentito la notizia che in questi giorni l’agenzia Moody’s ha deciso di monitorare province, comuni e molte delle aziende a controllo pubblico del nostro Paese (per citarne solo alcune: Hera, Eni, Finmeccanica…) per stilare un giudizio, espresso sotto forma di punteggio, sulla loro solidità economica e patrimoniale. Già, perché il compito di queste agenzie è quello di stilare un rating, ovvero un voto, espresso solitamente con un codice alfanumerico sulle capacità di un emittente (sia esso uno Stato un soggetto privato o anche una banca) di rimborsare il capitale e corrispondere gli interessi relativi all’emissione di obbligazioni. Giudizio, che, come si evince dal loro “motto”, serve agli investitori per compiere delle scelte il più possibile ponderate e razionali. 

Cercherò di spiegarmi ancora meglio con un esempio: immaginiamo un piccolo risparmiatore, che decide di investire i suoi risparmi in uno strumento sicuro, con un grado di rischio relativamente basso e che gli renda qualcosa in più del tasso di inflazione: ovvero un’obbligazione.
Oggi in circolazione ci sono ci sono obbligazioni emesse da imprese di tutto il mondo e, grazie anche alla globalizzazione, è semplicissimo scambiarle in tempo reale.
Quando si sottoscrive un’obbligazione bisogna però sempre verificare la solidità finanziaria dell’emittente e le agenzie in questione esistono proprio per questo motivo: i rating sono suddivisi in una apposita griglia che parte dal livello più alto, quello dell’affidabilità massima dell’investimento (questo vuol dire che c’è lo 0,1% di possibilità che l’emittente fallisca nel giro di cinque anni), scendendo fino all’ultimo, quello che ci segnala un grandissimo rischio di insolvenza. Naturalmente è bene ricordare che accettando un rischio maggiore si otterrà anche un interesse maggiore dal nostro investimento, mentre un investimento sicuro ci renderà sicuramente molto meno. 

Torniamo adesso al nostro risparmiatore, al quale, sarà già venuto in mente il caso della Grecia, paese ormai a rischio default finanziario, con titoli del debito pubblico con giudizi molto scarsi ma rendimenti molto alti.  Sicuramente il risparmiatore si chiederà se la ricetta giusta per investire tranquillamente sia quella di seguire alla lettera le indicazioni di queste agenzie. A questo proposito, è bene ricordare che, nonostante i timori nei confronti della Grecia siano stati ben riposti, non sempre i giudizi di queste agenzie si sono rivelati veritieri. Nel corso degli anni qualche abbaglio lo hanno preso anche queste società nel valutare gli investimenti (come il caso Parmalat o Lehman Brothers), ma comunque non si può prescindere da esse: ora i riflettori sono rivolti proprio nella direzione delle banche del nostro Paese, considerate poco affidabili in un momento così delicato. Mediobanca, Bnl, Findomestic e Intesa sono attentamente monitorate già da tempo, ma non bisogna lasciarsi prendere dal panico: il consiglio è quello di sottoscrivere obbligazioni sicure e con i rating più alti, ma di esaminare comunque nel dettaglio la reale situazione dell’emittente per avere un quadro più chiaro.

Se volete approfondire qualche argomento lasciate pure un commento e vi risponderò nel prossimo articolo.

giovedì 2 giugno 2011

Le crisi aziendali: aspetti pratici

Oggi parliamo di un argomento purtroppo quanto mai all'ordine del giorno, le Crisi Aziendali. Le crisi, nell’attuale scenario economico, sono una realtà, purtroppo, ancora frequente. Esistono alcuni tipici segnali che informano il management dell’esistenza di complicazioni nel corretto funzionamento dell’azienda. Qualche esempio? Perdite economiche (riduzione delle vendite), incidenza dei costi variabili (incremento delle materie prime), sottocapitalizzazione (situazione tipica delle piccole e medie imprese italiane), forti squilibri nei flussi finanziari (drenaggio di liquidità), insolvenza, e una generale e condivisa sensazione di incertezza nei confronti del futuro sono sintomi che non vanno trascurati.
Per uscire dalle crisi aziendali è fondamentale affrontarle con un approccio corretto. Non vanno interpretate come eventi catastrofici e imprevedibili, ma come possibili momenti negativi nel ciclo di vita di un’azienda. Un elemento importante che l’imprenditore deve tenere in considerazione è l’effetto tempo: infatti, soltanto se i segnali di crisi verranno colti tempestivamente sarà possibile trasformare i problemi in reali opportunità di rilancio per l’azienda.
L’imprenditore in molti casi non accetta la realtà, si trova a reagire alla crisi quando ormai è troppo tardi e l’unica procedura che può essere adottata è ormai solo il fallimento (disciplinato dal Decreto 16 marzo 1942, n. 267 c.d. “legge fallimentare”, modificato dai D.Lgs 9 gennaio 2006 n.5 e dal D.Lgs 12 settembre 2007 n.169 che hanno riformato il diritto fallimentare).
Nei casi meno gravi, all'imprenditore commerciale che si trova in stato di insolvenza, o semplicemente “in stato di crisi”, è concessa la possibilità di evitare il fallimento e tutte le gravi conseguenze che esso comporta, utilizzando un’altra procedura concorsuale, il concordato preventivo, il quale si sostanzia in un accordo tra il debitore ed i creditori, in forza del quale il primo si obbliga a pagare i propri debiti, proponendo un piano di rientro ai propri creditori.
A questo proposito, i dati pubblicati dell’Osservatorio Trimestrale sulla crisi d’impresa pubblicato da Cerved Group, che analizza le imprese italiane, ci confermano che la crisi sta ancora interessando il nostro sistema economico: i fallimenti stanno ancora aumentando (+6% rispetto al 1° trimestre 2010); la buona notizia è che il tasso di crescita è sceso dal 25% al 6%. Le domande di concordato preventivo, che si erano nuovamente innalzate nell’ultimo trimestre del 2010 sono calate a 249 nel 1° trimestre 2011, ma rimangono storicamente elevate. Se paragoniamo i dati dell’Italia con quelli del resto d’Europa, notiamo come in Italia la crisi abbia colpito soprattutto le imprese di tipo manifatturiero: la percentuale di fallimenti nell’industria manifatturiera italiana è molto più alta rispetto alla media europea, dove invece commercio e servizi hanno sofferto di più.
C’è da dire però che il tessuto imprenditoriale italiano, caratterizzato dalla piccola e media impresa, ha preservato al nostro paese danni ancora peggiori. A tale proposito, è bene menzionare un altro strumento a disposizione delle imprese, introdotto con la legge 80 del 2005 art. 182 bis, ovvero gli accordi di ristrutturazione dei debiti. Questo strumento che fa parte delle risoluzione stragiudiziali (“privatistiche”) alla crisi d’impresa, ove applicabile, risulta essere, rispetto al fallimento, uno strumento più snello che consente in tempi più rapidi e un soddisfacimento più elevato della massa dei creditori.
A mio avviso, la scelta migliore nel caso di crisi aziendali è affidarsi a un team di professionisti: in tal modo l’imprenditore e i suoi collaboratori possono concentrarsi sulle attività propositive dell’azienda, lasciando in mani esperte la scelta dello strumento migliore per risolvere la situazione di crisi in cui si trova l’azienda.

Cedolare Secca: istruzioni per l'uso

La cedolare secca sugli affitti è un’opzione prevista dall’art. 3 del Decreto Legislativo 23/2011; si tratta di un’imposta alternativa a quelle attualmente dovute sulle locazioni, in particolare sostituisce l’Irpef e le relative addizionali, l’imposta di registro e l’imposta di bollo. Cerchiamo di sciogliere i nodi principali:

In concreto come funziona? La cedolare è molto semplice, si applica il 21% (o il 19% se il contratto è concordato e su immobili ubicati in particolari comuni) al canone di locazione; il reddito in questione non si somma ai reddito globale del soggetto, soggetto ad aliquote progressive che vanno dal 23 al 43%. Se si opta per la cedolare, però, si ha anche qualche piccolo svantaggio, per cui prima di correre dal commercialista occorre fare due calcoli.
Innanzitutto non è possibile rivalutare il canone secondo gli adeguamenti Istat, in secondo luogo con la tassazione normale è consentito un abbattimento del canone all’85%, mentre con la cedolare tutto il canone percepito viene tassato.
Piccola ma doverosa chiosa sulla rivalutazione Istat: supponiamo di avere un canone di 500 euro mensili, con un’inflazione del 2% annua, non si potrà chiedere all'inquilino l'adeguamento dei 120 euro annui.
Per un calcolo rapido della convenienza suggerisco questo sito:

Cosa si deve fare se si vuole optare per la cedolare? Per i contratti già in essere la norma prescrive che si debba informare l’inquilino, (io suggerisco tramite raccomandata)… ed anche il commercialista, che in questo periodo sta pensando a come calcolare i vostri acconti. L’opzione per la cedolare poi sarà espressa nella dichiarazione dell’anno prossimo.
Per i nuovi contratti, invece, si dovrà compilare un modello reperibile sul sito dell’Agenzia delle Entrate (Siria per l’invio telematico o Modello 69 per tutti i contratti).

A chi conviene? Sicuramente la norma agevola i contribuenti con aliquota marginale più elevata, e anche per questo è stata aspramente criticata dalla stampa specializzata; lo Stato si è fatto i suoi conti e spera di aumentare il gettito grazie alla semplicità dell’applicazione del tributo, che permetterebbe di mettere in regola molti contratti tutt’oggi irregolari. Vedremo se sarà davvero così!

mercoledì 19 gennaio 2011

Testa o croce? In finanza si dice "Risk On" o "Risk Off"


Qualche giorno fa è apparso sul Sole 24 Ore un articolo che parla di “borse sincronizzate” e “scenario da fantafinanza”: inutile dire che l’argomento stuzzica l’attenzione, vediamo un po’ cosa ci propone l’autore, Vittorio Carlini.
Dunque, l’idea è piuttosto semplice: un mondo in cui indici, bond governativi, materie prime si muovono insieme; in una parola: asset finanziari tra di loro correlati. Secondo Carlini e gli esperti Hsbc, si tratta di un trend sottovalutato che negli ultimi anni che, seppure con le debite pause, è cresciuto (soprattutto quando la crisi morde l'economia reale!). Saremo di fronte ad una situazione provocata da un particolare fattore che, a loro dire, "domina" i mercati. «Il cosiddetto meccanismo del risk-on e risk-off», spiega Stacy Williams, uno dei coautori della ricerca di Hsbc. Vale a dire? «Si tratta della polarizzazione nelle scelte di trading. Gli investitori tendono a semplificare le loro strategie. Se stimano che le prospettive future», nel medio periodo, «sono buone assumono il rischio e investono: è il risk-on. Diversamente, disinvestono: il rischio è off. Giocoforza, in questa semplificazione, le caratteristiche singole dell'asset e la diversificazione di portafoglio, finiscono sullo sfondo».
Secondo Hsbc, proprio il fenomeno della correlazione sarebbe la prova della diffusione di una simile modalità d'investimento. Lo studio prosegue con un’analisi storica della “sincronizzazione” delle borse.
Tra il 2005 e il 2007 si nota una correlazione tra il rendimento dei governativi decennali di Giappone, Canada, Usa, Inghilterra e Australia. Tuttavia, le variabili che influenzano le quotazioni sono molteplici. La situazione, però, cambia dopo il caso di Northen Rock : «In quel periodo si riscontra, per esempio, un forte incremento della correlazione positiva tra gli indici di Borsa e diverse commodity. Salgono le prime e anche le seconde». Lo scenario di fondo si consolida, poi, dopo il crack Lehman Brothers : «Diminuisce la differenza di performance tra le Borse occidentali e quelle emergenti. Nel 2009, infine, la polarizzazione delle strategie è ai massimi. Il sincrono tra i movimenti di asset differenti quali il rendimento del decennale Usa, quello canadese, il Russell 2000, l'S&P e il Ftse100 è elevato. Un trend che, nonostante la ripresa economica, prosegue ancora oggi».
Fin qui la teoria, poi l’articolo passa all’utilizzo pratico della ricerca.
«In primis - sottolinea Williams-, chi vuole esporsi al meccanismo del Risk-on può optare per un paniere» che contenga l'S&P (31%), il Russell 2000 (15%) e il Ftse 100(54%): «è una combinazione caratterizzata da un'alta correlazione».
«Il legame tra diversi asset - aggiunge Maurizio Milano, responsabile analisi tecnica del gruppo Banca Sella - va monitorato. Un tempo, per esempio, possedere azioni e commodity significava avere un portafoglio diversificato. Oggi quest'impostazione non regge più: la liquidità influenza le quotazioni di molte materie prime, facendole andare a braccetto con le Borse».
L’articolo è senza dubbio interessante, tuttavia rimango un po’ scettica: da una parte son convinta che alcuni indici siano direttamente collegati con materie prime e commodity, ma mi sembra un po’ una forzatura attribuire tutta questa correlazione alle borse.
Soprattutto in periodi particolari come quello in cui stiamo vivendo, le variabili che influenzano i mercati sono molteplici ed è particolarmente difficile intuire cosa può succedere in un mercato, anche alla luce di cambiamenti in settori strettamente correlati. Si pensi ad esempio agli andamenti delle commodity e si scelga ad esempio il petrolio: il prezzo dell’oro nero è ancora ben lontano dai valori toccati prima della crisi, tuttavia per apprezzare cosa sta succedendo nel settore energetico nostrano si deve giocoforza analizzare anche il cambio euro-dollaro.
In definitiva, credo che sia giusto analizzare la correlazione tra i vari indici e alcune materie prime, ma le regole a cui gioca il mercato sono ben più complesse e forse difficilmente globalizzabili.

sabato 20 novembre 2010

Giovane, bella, intelligente e di classe: un pessimo affare

Una donna di New York ha scritto a un sito di Finanza americano chiedendo consigli su come trovare un marito ricco: già ciò di per sé é divertente, ma il meglio della storia é quello che un tizio le ha risposto.

LEI
Sono una ragazza bella (anzi, bellissima) di 28 anni. Sono intelligente e ho molta classe. Vorrei sposarmi con qualcuno che guadagni minimo mezzo milione di dollari all'anno. C'é in questo sito un uomo che guadagni ciò? Oppure mogli di uomini milionari che possono darmi suggerimenti in merito? Ho già avuto relazioni con uomini che guadagnavano 200 o 250 mila $, ma ciò non mi permette di vivere in Central Park West. Conosco una signora che fa yoga con me, che ha sposato un ricco banchiere e vive a Tribeca, non é bella quanto me e nemmeno tanto intelligente. Quindi mi chiedo, cos'ha fatto x meritare ciò e perché io non ci riesco? Come posso raggiungere il suo livello? ?

LUI
Ho letto la Sua mail con molto interesse, ho pensato profondamente al Suo caso e ho fatto una diagnosi della Sua situazione. Premetto che non sto rubando il suo tempo, dato che guadagno 500 mila $ all'anno.
Detto ciò, considero i fatti nel seguente modo. Quello che Lei offre, visto dalla prospettiva di un Uomo come quello che Lei cerca, é semplicemente un pessimo affare.
E ciò per i seguenti motivi: Lasciando perdere i blablabla, quello che Lei suggerisce é una negoziazione molto semplice. Lei offre la sua bellezza fisica e io ci metto i miei soldi.
Proposta  molto chiara, questa. Ma c'é un piccolo problema. Di sicuro, la Sua bellezza diminuirà poco a poco e un giorno svanirà, mentre é molto probabile che il mio conto bancario aumenterà continuamente. Dunque, in
termini economici, Lei é un attivo che soffre di deprezzamento mentre io sono un attivo che rende dividendi.
Lei non solo soffre un deprezzamento: questo é progressivo, e aumenta ogni anno! Spiego meglio: oggi Lei ha 28 anni, é bella e continuerà così x i prossimi 5/10 anni, ma sempre un pò meno e all'improvviso, quando Lei osserverà una foto di oggi, si accorgerà che é diventata una pera raggrinzita.
Questo significa, in termini di mercato, che oggi Lei é ben quotata, nell'epoca ideale x essere venduta,  non x essere comprata.
Usando il linguaggio di Wall Street, chi la possiede oggi deve metterla in "trading position" (posizione di commercio) e non in "buy and hold" (compra e tieni stretto), che, a quanto sembra, é ciò per cui Lei si offre. Quindi, sempre in termini commerciali, il matrimonio, "buy and hold", con Lei non é un buon affare nel medio/lungo termine.
In compenso, affittarla per un periodo può essere, anche socialmente, un affare ragionevole e potremmo pensarci su. Potremmo cioè avere una relazione per un certo periodo, con vantaggi reciproci.
Peraltro, pensandoci meglio - anche per assicurarmi quanto intelligente, di classe e bellissima Lei sia -  io,  possibile futuro "affittuario" di tale "macchina",  richiedo ciò che é  buona prassi: fare un test drive.
La prego di stabilire data e ora.

Cordialmente,
il Suo Investitore

martedì 16 novembre 2010

Tobin Tax: della serie, alle volte ritornano...


Mi ha sempre incuriosito la Tobin Tax –dal premio Nobel per l’economia James Tobin che la propose nel 1972, anche se autorevole dottrina sostiene che anche Keynes ne era fautore–  l’imposta che colpisce tutte le transazioni sui mercati valutari.
La curiosità nasce dal fatto che questa tassa viene via via riproposta, ma perché? Beh, perché il meccanismo sembra piuttosto semplice e al tempo stesso perfetto: con questa imposta si dovrebbero colpire tutte le transazioni sui mercati valutari per stabilizzarli (penalizzando le speculazioni valutarie a breve termine), e contemporaneamente per procurare delle entrate da destinare alla comunità internazionale: come ha scritto Rustichini, sarebbe come prendere tre piccioni con una fava (colpire gli avidi, stabilizzare i mercati e aiutare i poveri). Ma serve veramente a colpire gli avidi speculatori e stabilizzare i mercati? La teoria ci dice che se introduciamo una tassa sulle transazioni finanziarie, il volume delle transazioni si ridurrà; ma cosa succede a volatilità e speculatori? La riduzione della volatilità nella visione Stiglitz-Summers avviene perché a essere scoraggiati sono gli investitori che operano con informazione imprecisa (noise). Si è capito però che l'effetto sugli speculatori veri, quelli informati, è l'opposto. La riduzione del volume delle transazioni rallenta il trasferimento dell'informazione nei prezzi, e gli speculatori hanno il tempo di fare comodamente i loro profitti. Esperimenti di laboratorio confermano questa analisi: il volume delle transazioni scende, gli scambi si spostano verso mercati non soggetti a tasse, la volatilità aumenta se ci sono zone esenti.
E anche le esperienze confermano che la Tobin Tax non è la manna dal cielo che sembra… Infatti, in molti stati l’imposta è stata introdotta, ha avuto vicende travagliate, e conseguentemente è stata eliminata. È successo in Svezia: introdotta nel 1984, (abolita nel 1992) Argentina (1992), Brasile (2007), Giappone (1999), Finlandia (1992), Olanda (1992), Nuova Zelanda (1992).
Un altro problema non indifferente è la scelta dell’aliquota. Nella mente del premio Nobel Tobin era sufficiente un’aliquota modesta (0,05%) per raccogliere così tanto denaro da sradicare nel mondo la povertà estrema. Nei paesi in cui questa imposta è stata introdotta si è notato un progressivo innalzamento dell’aliquota, che però si rileva ben presto controproducente e fa spostare le transazioni in altri mercati. Emblematico il caso della Svezia, dove l'aliquota iniziale era già alta (0,5%), ma raddoppia (1%) due anni dopo: subito dopo il 60% delle transazioni si sposta a Londra, e la tassa viene eliminata.
Ora, l’idea della Tobin Tax è senza dubbio affascinante, ed è per questo che quando leggo un articolo che ne parla non resisto alla tentazione e cerco sulla rete tutte le più disparate informazioni su quello che vogliono fare i governi, inoltre – a mio parere – il nome dell’imposta richiama Robin Hood, il celebre paladino che rubava ai ricchi (gli avidi speculatori) per dare ai poveri (che, ahimè, non speculano per niente!). Ma le favole spesso sono lontane dagli andamenti del mercato, e per quanto riguarda l’assonanza del nome mi torna in mente che anche la famigerata IRAP, definita da Qualcuno Imposta RAPina, poi non è stata tolta da quel Qualcuno…

lunedì 8 novembre 2010

Il "moral hazard" e lo schema di Ponzi: come una semplice truffa può mettere in crisi un'economia intera

Il rischio morale (moral hazard) è un fenomeno che si ha quando una persona non paga le conseguenze delle sue scelte. Normalmente il rischio morale è considerato un problema: secondo la terminologia economica, un fallimento di mercato. In senso tecnico un fallimento di mercato è ogni allontanamento della realtà dal modello di equilibrio generale competitivo; ma cerchiamo di capire meglio in cosa può consistere un rischio morale.
Ad esempio, immaginiamo che un soggetto A convinca i suoi conoscenti a prestargli soldi sostenendo di conoscere un meccanismo mirabolante per moltiplicarli. La voce gira, i soldi arrivano sempre più numerosi; il meccanismo che sta alla base è semplice: con i soldi degli ultimi si pagano gli interessi, sempre un po’ troppo alti, oppure si rimborsa il capitale dei primi che cominciano ad avere dei dubbi, e così via. Dove è il problema? Il problema è che non c’è il meccanismo mirabolante per moltiplicare i soldi.
Tornando ad A, non è necessario che questi sia disonesto o che scappi con il malloppo. Se A si è preso troppi rischi, o è stato sfortunato, violazioni di legge a parte, il suo meccanismo di truffa cadrà non appena un numero sempre più grande di investitori chiederà indietro i propri soldi, provocando una crisi di liquidità ad A, che si troverà costretto a dichiarare il proprio fallimento. Questo apparentemente semplice meccanismo viene utilizzato da anni per gonfiare bolle speculative in tutto il mondo, perfino quella dei mutui sub-prime. Questa apparentemente semplice catena di Sant’Antonio prende il nome di schema di Ponzi. dal nome di un truffatore di origine italiana, Carlo detto Charles, nato a Lugo di Romagna nel 1882. Rispetto alla catena di Sant'Antonio il Ponzi punta in realtà su una figura carismatica centrale, che mantiene i contatti diretti con i clienti. Non si tratta di una struttura piramidale pura, che ha il difetto di crollare con maggiore rapidità. Negli anni Venti Ponzi organizzò una supertruffa, offrendo il raddoppio in tre mesi del capitale investito in titoli (inesistenti) delle Poste internazionali.
Riprendiamo adesso il nostro esempio, e cambiando un piccolo particolare: se A, però, è una delle banche mondiali salvate con i soldi pubblici, perché troppo grandi per fallire, assistiamo a un fenomeno che vale la pena di ricordare: i debiti si devono sempre pagare, anche quando sembra che non li paghi nessuno. I debiti che non paga il debitore, li paga comunque il creditore, rinunciando volente o nolente ai propri soldi. Se il creditore non ha più soldi, nel senso che le garanzie che ha in mano, oppure il suo capitale non valgono il credito cui deve rinunciare, e quindi si apre un buco così grosso da minacciare la stabilità dell’economia. Allora lo Stato inventa una soluzione per socializzare il debito cercando di “spalmarlo” sul massimo di cittadini possibile, come succede con il debito pubblico e il più dilazionato possibile. Da qui possiamo arrivare ad una prima conclusione: il rischio del debito privato di un paese è sempre privato, alla fine, se non si vogliono fare danni a catena. Corollario della prima conclusione è che bisogna controllare sempre il livello di rischio che è associato al debito privato di una certa economia, ma a chi spetta questo controllo? Alle tanto discusse agenzie di rating? A qualche organismo internazionale superpartes? Quel che è certo è che al momento nessuno si sta preoccupando di farlo, o almeno di farlo in modo appropriato.
Consideriamo, come suggerisce l’”Economist”, la politica della Fed della "term auction facility": questo strumento serve per finanziare le banche in difficoltà senza far sapere al mercato che la banca che lo usa è in difficoltà. Si tratta di creare un’imperfezione informativa per permettere alla banca di finanziarsi senza soffrire una perdita di reputazione. La motivazione alla base è che, se la banca non scaricasse su terzi i propri rischi, non accederebbe alla finestra di rifinanziamento. Questo sembra essere solo un esempio di una cosa già nota: ogni politica monetaria che salva sistematicamente le banche crea azzardo morale. Ma qui non abbiamo una conseguenza indesiderata di un salvataggio, ma una strategia deliberata per evitare la crisi.
E, per la prima volta da quando abbiamo deciso di intraprendere quest’attività del blog, le nostre idee, cari lettori, divergono. Per cavalleria esponiamo prima l’idea di Federico, che spulciando qua e là ha trovato questa notizia sullo schema di Ponzi e ha, quindi, dato avvio alla discussione:
Se si ha paura di comportarsi in maniera irresponsabile, perché i mercati forniscono incentivi corretti, questi incentivi vanno eliminati, perché come la storia passata ci insegna è stato il comportamento irresponsabile da parte degli attori economici che ha portato all’evoluzione del sistema finanziario, a volte con effetti positivi, a volte con effetti decisamente deleteri (vedi la crisi dei mutui sub-prime), ma che sicuramente saranno la base della finanza del futuro.
Secondo Valentina, invece, non è necessario che si debba arrivare all’azzardo morale (leggi speculazione) per avere un mercato efficiente, o comunque un sistema finanziario che non collassi; la speculazione certamente fa muovere molto, ma non può e non deve essere il volano per alcun tipo di economia! Insomma, è come un raffreddore latente e mal curato: dovrebbe essere attentamente monitorato e contenuto perché può avere degli effetti devastanti.
Secondo entrambi, comunque, il moral hazard è pericoloso perché sono in ballo grossi rischi… ma anche grosse opportunità!